Lo dicono due leggi che fondano i benefici economici sul solo presupposto della minorazione dell'udito. La presidente Ida Collu chiede chiarezza al governo, esige una correzione della norma in sede di conversione del decreto-legge e annuncia battaglia
ROMA - "Le persone sorde hanno diritto alla pensione indipendentemente dalla percentuale di invalidità. Lo dice la normativa italiana". A fare questa affermazione è Ida Collu, presidente dell'Ente nazionale sordi (Ens), in una nota, basandosi sul fatto che ben due leggi (la 381/70 e la 33/80) fondano i benefici economici per la "categoria" sul solo presupposto della minorazione dell'udito. Se così fosse, la manovra anti-crisi varata dal governo il 31 maggio, e che ha portato la soglia di invalidità dal 74% all'85%, non riguarderebbe le persone non udenti (la cui quota d'invalidità è fissata all'80%, quindi inferiore alla nuova percentuale decisa dal ministro Tremonti e di conseguenza destinate a non godere dell'assegno mensile). Per questo l'Ens ha chiesto chiarimenti al ministero del Welfare, "confidando in un ripensamento di questa norma in sede di conversione del decreto-legge".
La manovra anti-crisi interviene, aumentandola, sulla percentuale d'invalidità prevista dal decreto legislativo 509/88, che a sua volta richiama "la legge 118/71 per la concessione dell'assegno mensile ai mutilati e invalidi civili", fa sapere l'Ente nazionale sordi. "La pensione riconosciuta alle persone sorde, invece, trae origine dalla legge n. 381 del 26 maggio 1970 (legge specifica sulla sordità) che aveva istituito, in favore degli allora ‘sordomuti', l'assegno mensile di assistenza: una provvidenza economica che successivamente, con l'articolo 14 septies della legge n. 33 del 29 febbraio 1980, ha assunto la denominazione di ‘pensione'. Questa viene concessa alla persona sorda, indipendentemente dalla percentuale di invalidità, sul solo presupposto del riconoscimento della minorazione congenita o acquisita dell'udito e purché la sordità non sia di natura esclusivamente psichica o dipendente da causa di guerra, di lavoro o di servizio", spiega Ida Collu nella nota.
L'Ens mette allora in dubbio anche la legittimità costituzionale della manovra targata Tremonti. "Se, infatti, fino a ieri, le norme sull'assegno di invalidità civile e quella sulla pensione riconosciuta alle persone sorde erano tra loro coerenti (la prima concessa con il 74% o più di invalidità, la seconda con l'80%), con questo decreto c'è una forbice di cinque punti percentuali che rende le due norme quanto meno asincrone. In effetti abbiamo difficoltà a comprendere la ‘compatibilità' tra l'esclusione ai benefici economici di chi oggi - per effetto della manovra - risulta invalido all'84% e chi invece ha un'invalidità all'80% (i sordi): così si lede quel principio di uguaglianza e non discriminazione costituzionalmente garantito", dice Ida Collu. E sui controlli per smascherare i falsi invalidi, la presidente si chiede "quanto costino allo Stato e soprattutto con quali criteri verranno scovati i presunti falsi invalidi".
Per tutte queste ragioni l'Ente nazionale sordi ritiene "che il governo debba fare chiarezza sulla portata della manovra, se non addirittura correggerla in sede di conversione del decreto-legge, per evitare che si finisca per colpire intere categorie di persone che, con i falsi invalidi, non hanno nulla a che vedere - prosegue la sua presidente -. Daremo battaglia insieme alle altre associazioni affinché venga ristabilito il giusto equilibrio tra diritti e doveri dei cittadini disabili: bisogna smetterla di colpevolizzare la disabilità quale causa-effetto della crisi economica in atto", conclude infine Ida Collu.
(8 giugno 2010)













